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Fibrillazione atriale: la sua gestione in sala operatoria

pubblicato in: Anestesiologia Generale, Aritmie | 0

Fibrillazione atriale: un’aritmia molto frequente

La fibrillazione atriale (FA) è l’aritmia cardiaca più frequente nella popolazione. L’incidenza aumenta con l’età e questo spiega perché la sua prevalenza si è accresciuta per effetto dell’allungamento della vita media. La FA è un’aritmia che pone importanti problematiche sanitarie perché si associa a un aumento dell’incidenza di tromboembolia arteriosa, ictus, scompenso cardiaco e in generale della mortalità.

Un’indagine recente ha evidenziato che la fibrillazione atriale ha una prevalenza dell’1.8% nella popolazione italiana al di sopra dei 15 anni. Percentuali analoghe, intorno al 2%, sono state rilevate in Inghilterra, in Germania ed in Svezia.

La prevalenza della FA varia in relazione a fattori diversi, anche etnici (è maggiore nei caucasici). La frequenza aumenta in presenza di patologie cardiovascolari (scompenso cardiaco congestizio, valvulopatie, ipertensione arteriosa), di condizioni che incrementano il rischio cardiovascolare (diabete mellito, obesità, tabagismo), di varie patologie che interessano il torace, della sepsi e, infine, di tachiaritmie atriali, come la tachicardia nodale da rientro e la sindrome di WPW.

Classificazione della fibrillazione atriale

La Fibrillazione Atriale è classificata come:

  • persistente, se perdura per più di sette giorni
  • parossistica, se ricompare dopo essersi risolta in meno di sette giorni, spontaneamente o dopo un intervento terapeutico
  • persistente di lunga durata, se perdura oltre dodici mesi
  • permanente, se medico e paziente decidono di interrompere i tentativi di sbloccare l’aritmia

Col termine di Fibrillazione Atriale non valvolare si indicano i casi in cui l’aritmia non è associata ad una valvulopatia mitralica reumatica, ad una plastica mitralica o alla presenza di protesi valvolari.

Come riconoscere i sintomi per una diagnosi corretta

L’insorgenza della FA è spesso avvertita dal paziente per l’irregolarità del battito cardiaco. In alcuni casi essa si manifesta direttamente con episodi embolici. All’esame obiettivo, la FA può essere sospettata per l’irregolarità del polso. La diagnosi è confermata dall’elettrocardiogramma con la presenza di:

  • assoluta irregolarità degli intervalli RR;
  • assenza delle onde P;
  • durata del ciclo atriale (quando visibile) irregolare e inferiore a 200 msec (corrispondente a una frequenza superiore a 300 b/min).

Nel caso di FA parossistica, è necessario ricorrere al monitoraggio Holter. La ricerca delle cause predisponenti si avvale del tracciato elettrocardiografico (anomalie elettriche varie), dell’ecocardiogramma, della radiografia del torace (possibile associazione con malattie toraciche) e della ricerca di patologie predisponenti, quali quelle tiroidee.

L’anestesista e la fibrillazione atriale

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Nel periodo periopeatorio, l’anestesista è chiamato, in collaborazione con gli altri specialisti, a gestire tre problematiche principali:

  • Nel paziente già affetto da FA e in trattamento con anticoagulanti, la gestione dell’anticoagulazione
  • Nel paziente che sviluppa la FA durante l’intervento o nel postoperatorio, il controllo della frequenza ventricolare e la decisione di provare o no la riconversione al ritmo sinusale.
  • Un ultimo tema è costituito dalla sedazione/anestesia nei pazienti con FA che vengono sottoposti ad ablazione trans-catetere nella sala di elettrofisiologia

La gestione perioperatoria dei pazienti affetti da FA e in terapia con dicumarolici dipende dal grado di rischio tromboembolico, valutato con i punteggi precedentemente descritti. In tutti i casi è prevista l’interruzione degli anticoagulanti orali per almeno 4-5 giorni, fino al ripristino di un INR < 1.5.


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Articolo tratto dalla lezione del Percorso Formativo ATI14 del Prof. Franco cavaliere: “La fibrillazione atriale nel periodo perioperatorio” (ANNO 2016)
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